De Laurentiis: “Riportiamo il calcio a casa dei tifosi”

In un sistema televisivo in crisi, il presidente del Napoli lancia una proposta radicale: Serie A a 16 squadre e partite in chiaro su Rai e Mediaset. Una sfida al modello pay-tv per restituire il pallone alla sua dimensione popolare.

Che qualcosa non torna è chiaro a tutti

Che qualcosa non torna è chiaro a tutti: basti guardare i bilanci. Le principali piattaforme impegnate nella trasmissione e nell’acquisto dei diritti sportivi – DAZN e Sky Italia in testa – stanno attraversando una crisi strutturale che si trascina da anni, con perdite miliardarie e modelli di business sempre più fragili.

Guerra tra giganti

DAZN, il colosso dello streaming sportivo, ha accumulato perdite globali per oltre 7,7 miliardi di euro negli ultimi cinque anni. Solo nel 2023, il rosso ha toccato quota 1,45 miliardi di dollari, a fronte di ricavi per 2,8 miliardi. I costi per i diritti sportivi sono esplosi, superando i 3 miliardi di dollari in un solo anno, con impegni futuri che sfiorano i 9,3 miliardi fino al 2033. In Italia, la situazione è ancora più opaca: la sede locale non pubblica bilanci e il numero di abbonati è ignoto, ma i continui rincari e i disservizi hanno causato un’emorragia di spettatori.

Sky Italia, storica pay-tv del gruppo Comcast, ha chiuso il bilancio 2024 con una perdita di 294 milioni di euro, nonostante ricavi in crescita a 2,35 miliardi. Il costo dei diritti televisivi – pari a 956 milioni di euro – continua a pesare sul bilancio, e anche il 2025 si prevede in rosso. La base abbonati si è stabilizzata, ma il gruppo ha dovuto ridurre il personale e svalutare asset strategici come Sky Glass, segno di una trasformazione non priva di contraccolpi.

In sintesi, il calcio in TV è diventato un affare sempre meno sostenibile. I costi lievitano, gli abbonati calano, e il pubblico si frammenta tra pirateria, disaffezione e offerte troppo costose. In questo contesto, la proposta di Aurelio De Laurentiis di riportare il calcio in chiaro su Rai e Mediaset non è solo provocatoria: è una sfida al sistema.

LA PROPOSTA

Nel cuore del dibattito, la proposta di trasmettere il calcio in chiaro e ridurre la Serie A a 16 squadre ha scosso l’ambiente. L’idea nasce dalla constatazione che il sistema attuale è economicamente insostenibile: troppi match, troppi costi, troppa frammentazione. E soprattutto, una dipendenza eccessiva da piattaforme a pagamento in evidente difficoltà.

L’appello alla politica è diretto e provocatorio: eliminare il tetto pubblicitario alla TV di Stato per finanziare la trasmissione gratuita delle partite. Il messaggio è chiaro: il calcio è un patrimonio popolare, capace di influenzare milioni di cittadini.

Ridurre il numero di squadre aumenterebbe la qualità del prodotto, renderebbe ogni partita più competitiva e tutelerebbe la salute dei calciatori. Sul fronte televisivo, si immaginano due strade: una trasmissione in chiaro sostenuta dalla pubblicità, oppure un modello pay-per-view digitale, dove ogni tifoso acquista il proprio “biglietto virtuale”.

La proposta ha diviso l’opinione pubblica. C’è chi la considera una svolta necessaria, per riportare il calcio alla sua dimensione popolare, e chi teme ripercussioni sulle squadre minori e sulla sostenibilità economica del sistema. Altri vedono in questa visione un tentativo di rompere con le logiche imposte dai grandi gruppi televisivi e dai circuiti internazionali, sempre più distanti dai tifosi.

LA SITUAZIONE

Il calcio italiano è a un bivio. Da una parte, il modello attuale basato su abbonamenti costosi, diritti blindati e piattaforme in crisi; dall’altra, una visione alternativa che punta a riportare il pallone nelle case di tutti, senza barriere economiche.

La proposta di trasmettere le partite in chiaro non è solo una provocazione: è un tentativo di restituire centralità al tifoso, oggi sempre più distante da uno sport che sembra pensato per sponsor e algoritmi.

La riduzione della Serie A a 16 squadre potrebbe segnare una svolta epocale, con meno partite, più qualità e un calendario meno congestionato. Ma comporterebbe anche scelte drastiche e dolorose, soprattutto per le squadre medio-piccole, che rischierebbero di essere escluse dal grande giro.

Il ritorno al calcio in chiaro solleva interrogativi profondi: è davvero possibile sostenere economicamente un modello basato sulla pubblicità? I broadcaster tradizionali sono pronti a investire? E soprattutto, la politica è disposta a intervenire per riformare un sistema che muove miliardi e consensi?

In un’epoca di crisi e trasformazione, il calcio italiano ha bisogno di coraggio e visione. Che si tratti di una rivoluzione o di un’utopia, la proposta di De Laurentiis ha avuto il merito di riaccendere il dibattito.

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