Domenica 14 dicembre, alle ore 10.30, per la rassegna Note in pellicola – Jazz e cinema, la Chiesa di San Potito (Via Salvatore Tommasi 1, Napoli) ospiterà la proiezione del film dedicato a Red Nichols. Ingresso libero su prenotazione fino a esaurimento posti: info@noteinpellicola.it.
“I cinque penny” (The Five Pennies, 1959) è un film che intreccia biografia, musica e dramma, restituendo al pubblico la parabola umana e artistica di Loring “Red” Nichols, trombettista e bandleader di Dixieland. Con un cast di grande prestigio e la partecipazione di autentiche stelle del jazz, l’opera si pone come un ponte tra cinema e memoria musicale.

On The Alamo di Gus Kahn e Isham Jones, probabilmente stampato nel 1929 (dalla collezione di Fredrik Tersmeden, Lund, Svezia)
Gli attori protagonisti
Al centro della narrazione troviamo Danny Kaye, interprete versatile e amatissimo, che presta volto e sensibilità al personaggio di Red Nichols. La sua performance oscilla tra leggerezza comica e intensità drammatica, incarnando la duplicità di un artista diviso tra il successo e le prove della vita. Accanto a lui, Barbara Bel Geddes interpreta Willa Stutsman, detta “Bobbie Meredith”, moglie di Nichols: una figura di sostegno e di canto, che porta sullo schermo la dimensione affettiva e familiare del protagonista.
Il film si arricchisce della presenza di Susan Gordon e Tuesday Weld, che danno volto alla figlia Dorothy nelle diverse età, rendendo palpabile il dramma della malattia che segna la vita della famiglia. Harry Guardino e altri attori completano il quadro, offrendo personaggi che riflettono il mondo musicale e sociale degli anni Venti e Trenta.

I musicisti coinvolti
“I cinque penny” non è solo cinema: è anche celebrazione del jazz. La pellicola ospita Louis Armstrong, che appare come sé stesso, portando la sua voce in scena con naturalezza e carisma. La sua presenza non è un semplice cameo, ma un atto di legittimazione storica: Armstrong, icona del jazz mondiale, dialoga con Nichols e con la musica che il film intende ricordare.

Accanto a Danny Kaye e Barbara Bel Geddes, il film si arricchisce della presenza di altri autentici protagonisti della scena jazz americana, ciascuno portatore di una tradizione diversa. Bob Crosby, fratello minore del celebre Bing, fu cantante e bandleader che con i suoi “Bob-Cats” riportò in auge il Dixieland negli anni Trenta, incarnando la continuità con le radici di New Orleans. Bobby Troup, pianista, cantante e compositore, è ricordato soprattutto per il brano “Route 66”, divenuto uno standard del jazz e del rhythm & blues, e nel film porta la sua versatilità di artista poliedrico. Ray Anthony, trombettista e bandleader, già membro della Glenn Miller Orchestra, rappresenta l’energia delle grandi orchestre swing del dopoguerra, con un suono brillante e festoso che segna la sua carriera. Infine, Shelly Manne, batterista raffinato e innovativo, associato al West Coast jazz ma capace di spaziare tra stili diversi, offre la modernità della sua ricerca ritmica e la sua esperienza di collaboratore con figure come Stan Kenton e Bill Evans. La loro presenza non è semplice ornamento: ciascuno di questi musicisti porta nel film un frammento vivo della storia del jazz, trasformando “I cinque penny” in un mosaico di stili e personalità che intreccia finzione cinematografica e realtà musicale.

La storia di Red Nichols
Il cuore del film è la vicenda di Red Nichols, giovane trombettista proveniente dalla campagna, che negli anni Venti approda a New York per inseguire il sogno del jazz. Dopo un periodo nella band di Wil Paradise, fonda i Five Pennies, un complesso di Dixieland che ottiene grande successo. La moglie Bobbie diventa voce del gruppo, e la parabola artistica sembra destinata a brillare.
Ma la vita introduce una nota drammatica: la figlia Dorothy si ammala di poliomielite. Nichols, di fronte alla malattia, abbandona la carriera e si trasferisce a Los Angeles per garantire alla figlia un clima più favorevole. Solo anni dopo, spinto dall’amore e dalla memoria, ritorna alla musica, aprendo un piccolo locale che ritrova vitalità grazie all’aiuto dei vecchi amici musicisti.
Red Nichols (cornetta)
Tommy Thune e John Egan (tromba)
Herb Taylor (trombone)
Pee Wee Russell (clarinetto)
Irving Brodsky (pianoforte)
Eddie Condon (banjo e liuto Vega)
George Beebe (batteria)
“I cinque penny” è dunque più di un biopic
Si tratta di un racconto sulla fragilità, sulla tensione tra arte e vita privata. La musica diventa metafora di speranza e di comunità, mentre il film stesso si fa testimonianza di un’epoca in cui il jazz era linguaggio universale. La presenza di attori di talento e di musicisti autentici conferisce all’opera un valore culturale che va oltre la narrazione cinematografica.
All’interno Di questa riflessione e presentazione dedicata a I cinque penny, un posto centrale spetta alla figura di Red Nichols, protagonista reale cui il film rende omaggio.
Red Nicholas
Nato nel 1905 a Ogden, nello Utah, in una famiglia musicale, Nichols mostrò fin da giovanissimo una disciplina tecnica straordinaria alla cornetta, che lo portò a confrontarsi con i modelli della Original Dixieland Jazz Band prima e di Bix Beiderbecke dopo. Trasferitosi a New York negli anni Venti, fondò il gruppo Red Nichols and His Five Pennies, che divenne laboratorio di arrangiamenti e di collaborazioni con futuri protagonisti della Swing Era come Benny Goodman, Glenn Miller e i fratelli Dorsey. Il suo stile, nitido e rigoroso, si distingueva per la precisione degli attacchi e la cura degli equilibri orchestrali, segnando un passaggio importante dal dixieland collettivo al jazz più organizzato e orchestrale. Con oltre quattromila registrazioni, Nichols fu tra i musicisti più prolifici della sua epoca, contribuendo a fissare il repertorio e a diffondere il jazz su larga scala. La sua parabola, segnata dal ritiro temporaneo per dedicarsi alla famiglia e dal ritorno negli anni Cinquanta durante il revival dixieland, lo colloca come artigiano instancabile del suono e ponte tra tradizione e modernità. Pur senza l’aura mitica di Armstrong o Beiderbecke, Nichols occupa un ruolo essenziale nella storia del jazz: quello di chi ha reso la musica più disciplinata e orchestrale, aprendo la strada a una forma capace di essere al tempo stesso popolare e sofisticata.
La posizione di Hollywood
La scelta di Hollywood di dedicare un film a Red Nichols, pur non essendo egli una stella di primissimo piano come Armstrong o Goodman, fu motivata dalla forza drammatica e umana della sua vicenda: un musicista disciplinato e prolifico, autore di oltre quattromila registrazioni, che abbandonò la carriera per la malattia della figlia colpita da poliomielite nel 1942.
La vicenda personale
Si trasferì con la famiglia a Los Angeles e lavorò in una fabbrica per garantirle cure e stabilità; solo nel 1947, quando la figlia migliorò e poté condurre una vita relativamente normale, Nichols tornò alla musica, dapprima nei piccoli club californiani e poi con una nuova formazione dei Five Pennies, partecipando negli anni Cinquanta al revival dixieland e ritrovando un pubblico affezionato; la sua parabola, culminata nel 1959 con la celebrazione cinematografica diretta da Melville Shavelson, fu resa spettacolo in VistaVision e Technicolor con colonna sonora di Leith Stevens e brani originali di Sylvia Fine, ottenendo quattro nomination agli Oscar e trasformando la sua storia in un racconto universale di sacrificio, che colloca Nichols come artigiano instancabile del suono e ponte tra la tradizione dixieland e la modernità orchestrale.
Il film: dettagli
Il film, girato fu diretto da Melville Shavelson, regista e sceneggiatore noto per commedie e drammi familiari, che aveva già lavorato con Danny Kaye e seppe valorizzarne la capacità di oscillare tra registro comico e drammatico, mentre la sceneggiatura fu firmata da Robert Smith, Jack Rose e lo stesso Shavelson, con Rose anche in veste di produttore, e la colonna sonora curata da Leith Stevens con brani originali di Sylvia Fine, moglie di Kaye, che aggiunse un legame personale al progetto; la presenza di Barbara Bel Geddes e di autentiche icone del jazz come Louis Armstrong, insieme a Bob Crosby, Bobby Troup, Ray Anthony e Shelly Manne, conferì al film un tessuto sonoro credibile e un valore documentario, trasformandolo in un mosaico di stili e personalità che intreccia finzione cinematografica e realtà musicale; la pellicola ottenne quattro nomination agli Oscar, tra cui miglior fotografia e miglior colonna sonora, segno che Hollywood riconobbe il valore dell’opera.
