Il tormentone estivo è più di una semplice canzone: è un fenomeno culturale, un rito collettivo che per decenni ha scandito le estati italiane. Si tratta di un brano musicale leggero, orecchiabile, spesso ballabile, che invade radio, spiagge, locali e playlist da giugno a settembre. La sua forza sta nella ripetitività, nella capacità di insinuarsi nella testa e non uscirne più. Non importa il contenuto: basta un ritornello accattivante, un ritmo tropicale, qualche parola in spagnolo e il gioco è fatto. Il tormentone non si ascolta, si subisce. E si canta, anche controvoglia.
Il concetto di tormentone nasce negli anni ’60, quando i jukebox nei lidi balneari e i programmi televisivi iniziano a fare da cassa di risonanza. Nico Fidenco apre le danze con “Legata a un granello di sabbia” (1961), poi arrivano le hit balneari di Edoardo Vianello: “Abbronzatissima”, “Guarda come dondolo”, “I Watussi”, “Il peperone”, “Pinne fucile ed occhiali”. E ancora Gianni Meccia con “Il barattolo”, Rita Pavone con “Datemi un martello”…
Sono inni da spiaggia, facili, ironici, irresistibili. La formula funziona: ritmi allegri, testi leggeri, massima diffusione. Tutti li ascoltano, nessuno può evitarli. Sono ovunque.
Negli anni ’80, ’90 e 2000 il fenomeno cresce: “Vamos a la playa”, “Mare mare”, “Tre parole”, “Roma-Bangkok”, “Andiamo a comandare”. Ogni estate ha il suo inno. O meglio, lo aveva.
Negli ultimi anni, però, qualcosa si è rotto. Il tormentone estivo ha perso il suo trono. La musica ha smesso di essere centrale nella società, non è più il collante generazionale. La digitalizzazione ha disgregato il pubblico: ognuno ascolta ciò che vuole, quando vuole, dove vuole. Non c’è più un pubblico unitario, ma una miriade di nicchie che non comunicano. E il tormentone, per definizione, ha bisogno della massa. La massa non esiste più.
O meglio: la massa esiste, ma è divisa, profilata, sezionata e venduta all’ingrosso.
Non è più un’entità culturale, ma un target commerciale, pronto a essere sacrificato sull’altare del guadagno. I giganti del commercio internazionale – piattaforme, brand, algoritmi – si spartiscono le emozioni, le preferenze, i gusti. E la musica, specchio della società, riflette questa tendenza: non parla più a tutti, ma a ciascuno secondo il proprio profilo. È diventata una pubblicità travestita da canzone, un jingle che ti conosce meglio di tua madre.
Il tormentone non può più esistere, perché non c’è più un’estate collettiva.
Ci sono mille estati parallele, ciascuna con la sua colonna sonora personalizzata, il suo balletto da TikTok, il suo ritornello da otto secondi. La musica non unisce, segmenta. Non coinvolge, indirizza. Non emoziona, converte.
Il risultato? Un panorama musicale che non canta più, ma vende. Un pubblico che non balla più, ma scrolla. Un’estate che non vibra, ma si aggiorna.
E il tormentone? È morto. E nessuno ha chiesto di salvarlo.
