In questi giorni ho ascoltato un po’ la radio viaggiando in macchina. Dopo un po’ mi sono avvilito: c’era un flusso stereotipato, nel quale veniva proposto come un disco incantato quasi la stessa musica su tutte le frequenze. Cambiavo stazione, ma era come girare intorno a un unico brano, moltiplicato all’infinito. A un certo punto ho spento, l’unico conforto, come spesso accade, era la mitica Radio 3. Ma non avevo voglia di ascoltare musica classica in quel momento. Ci ho rinunciato.
Poi mi è venuto in mente di collegare il mio telefono allo stereo della radio, e grazie alla magia del bluetooth, ho avuto accesso a tutti i contenuti che desideravo ascoltare. All’improvviso nell’apatia di una domenica pomeriggio, è riemersa la voce di Marlena Shaw: una magia!
Nata come Marlina Burgess, Marlena Shaw fu introdotta alla musica dal suo zio, Jimmy Burgess, un trombettista jazz che le fece conoscere i grandi del jazz come Dizzy Gillespie, Miles Davis e il cantante Al Hibbler. A soli 10 anni, si esibì sul palco dell’Apollo Theater di Harlem, segnando l’inizio di una carriera che l’avrebbe portata a calcare i palcoscenici più prestigiosi del mondo.
Marlena Shaw – Woman of the Ghetto: La voce che marcia
Nel 1969, mentre gli Stati Uniti bruciavano tra le tensioni razziali e le lotte per i diritti civili, Marlena Shaw incide Woman of the Ghetto, un brano che non è solo soul, ma un atto di resistenza. Pubblicato nell’album The Spice of Life, il pezzo si impone come una delle più potenti dichiarazioni musicali della condizione afroamericana, in particolare femminile, nei ghetti urbani.
Il contesto: tra Watts e Washington
La voce narrante è quella di una donna nera, madre, abitante del ghetto. Shaw non canta per intrattenere: predica, interroga, accusa. “Come dai da mangiare a un figlio sapendo che ne lascerai un altro affamato?” chiede al legislatore, con tono fermo e vibrante. Il ghetto non è solo un luogo fisico, ma una condizione esistenziale: segregazione, povertà, invisibilità.
Emily Lordi, autrice del saggio The Meaning of Soul, interpreta il brano come una risposta diretta ai sociologi bianchi dell’epoca, che descrivevano i quartieri neri come luoghi di degrado causato dagli stessi abitanti. Shaw ribalta la narrazione: “Ah sì? E noi come facciamo allora? Come possiamo uscire da qui?”
Analisi del testo: la grammatica della protesta
Il testo è costruito come un dialogo serrato con il potere. Il legislatore diventa il destinatario diretto di domande scomode:
“How do you raise your kids in the ghetto? Feed one child and starve another…”
La ripetizione ritmica di “ging, gi-gi-gi-gi-ging” richiama lo scat singing jazz, ma qui non è virtuosismo: è il suono dei piedi che marciano, delle catene che si spezzano. Le parole “change” e “chains” si rincorrono, evocando il doppio significato di liberazione e oppressione.
La protagonista rivendica la propria identità:
“Strong, true, my eyes ain’t blue. I am the woman of the ghetto.”
Non è una vittima, ma una testimone. Non chiede pietà, ma rispetto. La sua voce è quella di chi ha cresciuto figli altrui, ha visto morire i propri, e ora dice basta:
“I ain’t gonna raise your babies no more. I got a few of my own.”
La base musicale è essenziale: basso pulsante, percussioni asciutte, pochi accordi. Una tela bianca su cui la voce di Shaw dipinge con urgenza e sfumature. Non c’è spazio per l’evasione: ogni nota è un colpo, ogni pausa un respiro trattenuto. Woman of the Ghetto è stata campionata da artisti hip hop e soul, ma raramente superata in intensità. È la Say It Loud – I’m Black and I’m Proud di James Brown, ma con una prospettiva femminile, intima, viscerale. Ancora oggi, risuona come un grido di dignità in un mondo che troppo spesso dimentica.
La sua carriera decollò nel 1966, quando iniziò a esibirsi nei Playboy Clubs di Chicago. Questo le permise di entrare in contatto con l’etichetta Chess Records, con la quale firmò un contratto e pubblicò i suoi primi album: Out of Different Bags (1967) e The Spice of Life (1969). Quest’ultimo conteneva il celebre brano “California Soul”, scritto da Nickolas Ashford e Valerie Simpson, che divenne un classico del soul e fu ampiamente campionato nel corso degli anni.

Nel corso della sua carriera, Marlena Shaw ha collaborato con numerosi musicisti jazz di rilievo, arricchendo il suo stile vocale con influenze profonde e sofisticate. Tra i suoi collaboratori si contano pianisti, sassofonisti e trombettisti che operavano sia nel jazz tradizionale sia nel soul-jazz, permettendole di fondere questi generi con eleganza. Le sessioni con artisti come Cedar Walton, Joe Henderson, Donald Byrd e Gene Harris, soprattutto durante gli anni con la Blue Note Records, sono ricordate come momenti in cui la sua voce si è intrecciata armoniosamente con le sonorità jazzistiche più raffinate, consolidando il suo ruolo come interprete versatile e rispettata nella comunità jazzistica.
Lo stile vocale e l’influenza del jazz
Marlena Shaw era celebre per la sua capacità di combinare la ricchezza emotiva del soul con la sofisticazione armonica del jazz, creando uno stile unico e riconoscibile. La sua voce possedeva una notevole estensione e flessibilità, capace di passare dai toni caldi e profondi a improvvise aperture aggraziate, tipiche dei grandi cantanti jazz. La padronanza del fraseggio jazz le permetteva di interpretare le melodie con nuance imprevedibili, dando a ogni brano un senso di spontaneità e di immedesimazione emotiva. Questo approccio le ha consentito di reinterpretare brani soul con una sensibilità jazzistica, così come di eseguire standard jazz con l’energia e il calore tipici della musica soul, rendendo la sua arte profondamente originale e trasversale.
L’eredità e l’influenza culturale
Oltre al successo commerciale, la musica di Marlena Shaw ha avuto un impatto duraturo sulla cultura musicale. Brani come “California Soul” e “Woman of the Ghetto” sono stati campionati da artisti contemporanei e utilizzati in numerose pubblicità, mantenendo viva la sua eredità anche dopo la sua morte. Il suo stile ha influenzato generazioni di cantanti che cercano di fondere jazz e soul con autenticità e raffinatezza. Marlena Shaw è scomparsa il 19 gennaio 2024, all’età di 81 anni.
Discografia selezionata
- 1967 – Out of Different Bags (Cadet)
- 1969 – The Spice of Life (Cadet)
- 1972 – Marlena (Blue Note)
- 1977 – Sweet Beginnings (Columbia)
- 1987 – It Is Love: Recorded Live at Vine St. (Verve)
- 1997 – Elemental Soul (Concord Jazz)
Ascolti consigliati
- “California Soul” – Un classico intramontabile, simbolo della sua carriera.
- “Woman of the Ghetto” – Un brano potente che riflette il suo impegno sociale.
- “Go Away Little Boy” – Una delle sue interpretazioni più emozionanti.
