Il Maharaja della tastiera
Il 15 agosto 1925, a Montréal, nasceva Oscar Emmanuel Peterson, figlio di immigrati originari delle Indie Occidentali. Crebbe a Little Burgundy, quartiere operaio e multietnico della città, noto per la vivace comunità afro-canadese e caraibica, e per essere uno dei principali centri del jazz in Canada tra gli anni ’20 e ’40. In quelle strade, animate da club e locali, la musica era parte integrante della vita: il padre suonava la tromba, la madre il pianoforte in chiesa.
Sin da bambino, Oscar si immerse nello studio dello strumento, iniziando con la tromba e passando presto al pianoforte. Un episodio segnò il suo destino: a sette anni contrasse la tubercolosi, che lo costrinse a interrompere gli studi di tromba. Si dedicò allora completamente al pianoforte, prendendo lezioni dalla sorella Daisy e poi dal pianista ungherese Paul de Marky, che gli trasmise le basi tecniche classiche e il tocco raffinato che sarebbe diventato il suo marchio.
Negli anni ’40 iniziò a farsi un nome sulla scena jazz canadese, ispirandosi a Art Tatum, che considerava il suo faro. Il 1949 segnò una svolta: durante una trasmissione radiofonica, Norman Granz, impresario e fondatore di Jazz at the Philharmonic, rimase folgorato dal suo talento e lo invitò a unirsi alla tournée. Da quel momento, la carriera di Peterson divenne internazionale.
Con il suo trio – in varie formazioni – ridefinì il concetto di interplay tra pianoforte, contrabbasso e batteria. L’abilità tecnica mozzafiato, unita a una sensibilità melodica fuori dal comune, gli valsero il soprannome di “Maharaja of the keyboard”, coniato da Duke Ellington.

I TRII DELLE MERAVIGLIE
Il Oscar Peterson Trio nacque nei primi anni ’50 con Oscar Peterson (pianoforte), Ray Brown (contrabbasso) e il batterista Charlie Smith, presto sostituito da chitarristi come Irving Ashby e Barney Kessel, fino all’arrivo nel 1953 di Herb Ellis, con cui il trio – in formazione piano–basso–chitarra – raggiunse fama internazionale fino al 1958. In quell’anno Ellis lasciò e arrivò il batterista Ed Thigpen, inaugurando la celebre formazione piano–basso–batteria che durò fino al 1965, immortalata in album come Night Train (1963) e The Sound of the Trio (1961). Dopo la partenza di Brown e Thigpen, seguirono nuove formazioni, tra cui Peterson con Sam Jones (contrabbasso) e Louis Hayes (batteria) dal 1965, e negli anni ’70 il celebre trio con Joe Pass (chitarra) e Niels-Henning Ørsted Pedersen (contrabbasso), premiato con un Grammy per The Trio (1973). Nel 1974 si unì anche il batterista Martin Drew, trasformando il gruppo in un quartetto, mantenendo fino alla fine degli anni ’80 l’altissimo livello di interplay e virtuosismo che rese leggendario il nome Oscar Peterson Trio.
Nel corso della sua carriera, Oscar Peterson registrò oltre 200 album, vinse 8 Grammy Awards e collaborò con artisti come Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Count Basie, Stan Getz, Joe Pass e Herb Ellis. La sua musica attraversava swing, bebop e ballad, sempre con un equilibrio tra virtuosismo e calore umano.
Negli anni ’90, un ictus limitò la mobilità della mano sinistra, ma non lo fermò: continuò a esibirsi adattando il suo stile, dimostrando una forza di volontà e un amore per la musica senza compromessi.
Si spense il 23 dicembre 2007 a Mississauga, in Canada, lasciando un’eredità che ancora oggi ispira pianisti e amanti del jazz di ogni generazione.
“La tecnica è importante, ma la musica deve parlare al cuore.” — Oscar Peterson
Ascolti consigliati
- Night Train (1963, Peterson–Brown–Thigpen) – uno degli album più amati, con brani blues, swing e l’iconico Hymn to Freedom.
- The Sound of the Trio (1961, live al London House di Chicago) – interplay impeccabile e improvvisazioni incandescenti.
- We Get Requests (1964, Peterson–Brown–Thigpen) – un mix di standard e brani pop dell’epoca, in veste jazz sofisticata.
- The Trio (1973, Peterson–Pass–NHØ Pedersen) – vincitore di un Grammy, esempio di virtuosismo e intesa telepatica.
- Action (1964) – energia pura e grande equilibrio tra tecnica e swing.
Curiosità d’epoca
- Duke Ellington lo soprannominò “Maharaja of the Keyboard” per la sua tecnica regale.
- Il trio Peterson–Brown–Thigpen provava spesso senza pianoforte per affinare la sezione ritmica.
- Oscar Peterson imparò a suonare ascoltando Art Tatum: dopo averlo incontrato, dichiarò di sentirsi “un allievo per tutta la vita”.
- Hymn to Freedom, scritto in studio quasi per caso, divenne un inno del movimento per i diritti civili negli anni ’60.
- Pur essendo canadese, Peterson fu accolto come “uno di casa” nei club di New York e Chicago, dove il trio era ospite fisso.
C Jam Blues – Oscar Peterson Trio
(dall’album “Night Train”, 1963)
Nel cuore pulsante di una notte americana, il treno del jazz corre veloce sui binari del blues. A bordo c’è Oscar Peterson, il pianista canadese che suona con la forza di un’orchestra e la grazia di un poeta. C Jam Blues, brano di Duke Ellington, è il suo terreno di gioco: due sole note — Do e Sol — bastano per costruire un universo.
Peterson le prende, le rovescia, le accarezza e le incendia. Il suo trio — Ray Brown al contrabbasso e Ed Thigpen alla batteria — lo segue con precisione chirurgica e swing contagioso. Il risultato? Una jam che non è solo blues, ma celebrazione, sfida, danza.
Ogni nota è un sorriso, ogni pausa un respiro. Il brano dura poco più di tre minuti, ma sembra contenere l’intera storia del jazz: dalla semplicità delle origini alla complessità dell’improvvisazione.
Night Train – L’album
Registrato in una sola sessione nel dicembre del 1962, Night Train è un viaggio notturno tra le stazioni del soul, del blues e dello swing. Norman Granz, il produttore, voleva un disco accessibile, radiofonico — ma Peterson gli consegnò un capolavoro.
Tra le tracce, spicca Hymn to Freedom, composta da Peterson stesso: un inno silenzioso e potente dedicato a Martin Luther King Jr., che negli anni diventerà simbolo del movimento per i diritti civili.
Il titolo dell’album è un omaggio al padre di Oscar, che lavorava sui treni notturni. E forse è proprio questo il segreto del disco: ogni brano è una carrozza, ogni assolo un paesaggio che scorre fuori dal finestrino. E tu, ascoltatore, sei il passeggero privilegiato.
