C’era un tempo in cui la televisione italiana dettava il ritmo del Paese. Era il focolare elettronico attorno al quale si riunivano famiglie, generazioni, idee. Oggi, quel tempo sembra lontano. La TV non guida più: rincorre. Non crea linguaggi, li copia. Non approfondisce, semplifica. Nel tentativo disperato di intercettare le nuove generazioni, si è messa a mimare il web, adottando ritmi sincopati, montaggi frenetici, contenuti lampo. Ma nel farlo, ha smarrito il suo mandato originario: essere uno spazio di racconto, riflessione e cultura.
I dati parlano chiaro: dagli anni ’80 a oggi, l’ascolto televisivo è in costante calo. E non basta “scrollare” i contenuti per riconquistare chi ha già scelto altri schermi. La TV, per salvarsi, deve tornare a essere ciò che il web non è: lenta, profonda, autorevole.

Dagli anni d’oro al declino costante: i numeri che raccontano la crisi
Negli anni ’80, la televisione italiana viveva il suo apice. Il Festival di Sanremo del 1988, ad esempio, registrava una media di oltre 17 milioni di spettatori. Era l’evento nazionale per eccellenza, capace di catalizzare l’attenzione di ogni fascia d’età. Oggi, quel tipo di ascolto è un miraggio.
Nel 2021, lo stesso Festival ha raccolto una media di 8,5 milioni di spettatori, con uno share del 45%, praticamente dimezzato rispetto ai decenni precedenti. E se si osservano i dati delle edizioni successive, si nota una stabilizzazione su cifre ben lontane dai fasti del passato: nel 2023, la media è stata di 10,7 milioni con uno share del 62,9%, ma includendo anche la Total Audience (cioè spettatori da smartphone, tablet e VoD), introdotta solo nel 2025.
Secondo Auditel, la penetrazione della TV tra i giovani è in costante calo. I ragazzi tra i 15 e i 24 anni guardano meno di 30 minuti al giorno di TV tradizionale, preferendo contenuti on demand e social media. La fedeltà di visione (il dato di permanenza) è scesa sotto il 40% per molti programmi generalisti, segno che lo spettatore medio cambia canale o abbandona la visione molto più rapidamente rispetto al passato.
Anche i dati di minuti visti e contatti netti mostrano una frammentazione crescente: si guarda meno, e si guarda in modo più distratto. La TV, insomma, non è più il centro del salotto, ma un sottofondo intermittente.
Il tempo dell’uomo è modellato dalla tecnologia
«Chi si occuperà di fare scoprire la televisione alle nuove generazioni?» si è chiesto Fiorello, con commozione, in occasione della scomparsa di Pippo Baudo. Una domanda che suona come un epitaffio, ma anche come un monito. Perché la verità è che forse non si può più tornare indietro.
Contrariamente a ciò che spesso si pensa, non siamo noi a dominare la tecnologia: è la tecnologia a modellare il nostro tempo, le nostre abitudini, il nostro modo di vivere. La storia lo dimostra.
Il contadino regolava la sua giornata seguendo il sole. L’alba segnava l’inizio del lavoro, il tramonto il suo termine. Il tempo era scandito dalla natura, dai ritmi delle stagioni, dalla ciclicità della terra.
L’operaio ha vissuto secondo i turni imposti dalla fabbrica. Il tempo non era più naturale, ma industriale: ore fisse, sirene, catene di montaggio. La giornata era una sequenza di segmenti produttivi.
L’impiegato ha costruito la propria vita attorno alle regole dell’ufficio: orari, badge, stipendi mensili, ferie programmate. Il tempo è diventato amministrativo, burocratico, incasellato.
Oggi, il tempo è digitale. È frammentato, liquido, accelerato. Lo smartphone è il nuovo orologio biologico. Le notifiche scandiscono le nostre azioni, lo scrolling sostituisce la pausa, il binge watching ha rimpiazzato il palinsesto. In questo contesto, la televisione tradizionale appare come un oggetto anacronistico, incapace di adattarsi a un tempo che non è più suo.
La TV che scandiva il tempo, oggi rincorre il rumore
Per oltre mezzo secolo, la televisione ha scandito il tempo degli italiani. Ha allungato le giornate, passando da poche ore di programmazione alla trasmissione H24. Ha alfabetizzato un Paese diviso da dialetti e disuguaglianze, portando nelle case un linguaggio comune, un immaginario condiviso, una cultura popolare che ha fatto da collante sociale.
Ma nel suo slancio verso la semplificazione e la massificazione, la TV ha finito per indebolire se stessa. Ha smesso di parlare a pubblici differenti, scegliendo di rivolgersi a tutti e a nessuno. I palinsesti sono diventati copie carbone l’uno dell’altro, nel tentativo di intercettare il maggior numero possibile di telespettatori. Il risultato? Una proposta sempre più omologata, un linguaggio che scivola nella banalità, nella volgarità, nella rissa come format.
La rissa è diventata un luogo comune, un espediente narrativo. I conduttori, un tempo garanti di stile e misura, oggi interpretano ruoli grotteschi, caricature di sé stessi, lontani anni luce dal garbo e dalla autorevolezza di chi li ha preceduti. La TV non racconta più il Paese
E così, mentre il web corre e si reinventa, la televisione resta ferma, prigioniera di un eterno presente che non sa più dove andare. Forse, come ha detto Fiorello, qualcuno dovrà farla riscoprire alle nuove generazioni. Ma prima, la TV dovrà riscoprire sé stessa.
