“Pensare stanca. Meglio lasciarlo fare all’intelligenza artificiale, o alla propaganda”

L’intelligenza fa paura. Ma solo se non è la tua.

Essere intelligenti: il primo talento sul quale i genitori si affrettano a mettere il bollino d’oro. Fin da neonati veniamo incentivati a svilupparla, a scolpirla come fosse una statua di Michelangelo (con la differenza che piangiamo molto di più). Ogni nostro movimento – gattonare, emettere suoni vagamente simili a parole, alzarsi barcollando come piccoli ubriachi – viene accolto come il primo passo di Armstrong, fatto per conto dell’umanità sulla Luna. Armstrong l’astronauta, ovviamente, non il jazzista (lui avrebbe suonato una tromba e chiuso con un assolo).

Peccato però che col tempo scopriamo un dettaglio trascurabile: quelle “imprese” infantili erano meno eroiche di quanto ci avessero fatto credere. Gli applausi erano interessati, il pubblico di parte (leggasi: i parenti), e molte delle risate erano più educate che convinte. In sostanza, abbiamo esagerato nel pensare di essere piccoli geni. La verità? I nonni si annoiavano a morte ma per amore ci incitavano come se stessimo vincendo Wimbledon.

Quando l’intelligenza diventa un difetto

Nel tempo, abbiamo imparato — spesso a nostre spese — che l’intelligenza tanto decantata è una moneta a doppia faccia.

Chi assumerebbe una persona più intelligente di sé? Pochi. E chi ama confrontarsi con interlocutori brillanti, capaci di argomentare con profondità, ascoltare e sviluppare un pensiero complesso? Ancora meno.

Oggi il confronto è spesso sostituito dall’interruzione precoce, dall’opinione urlata e dalla battuta che surclassa la riflessione. In molti ambienti, pensare è visto come provocazione, e argomentare come fastidio.

Intelligenza Artificiale: declino del pensiero e deriva criminale

Negli ultimi anni, la nostra capacità di pensiero autonomo ha subito una battuta d’arresto sotto l’influenza dell’intelligenza artificiale. Lungi dall’essere uno strumento per elevarci, viene sempre più spesso utilizzata per semplificarci, per delegare la fatica del ragionare. E questo non sarebbe neanche un problema se non si fosse varcato il confine dell’etica.

L’AI, per sua natura, non è né buona né cattiva: è neutra. Tuttavia, quando viene impiegata per costruire narrazioni false, manipolare contenuti e ingannare deliberatamente, ci troviamo di fronte non a una rivoluzione tecnologica, ma a una regressione democratica.

Il caso Obama: il falso arresto nello Studio Ovale

L’esempio più clamoroso è recente e arriva dagli Stati Uniti. Un video apparso su TikTok, poi rilanciato da Donald Trump sulla piattaforma “Truth Social”, mostrava l’ex presidente Barack Obama ammanettato da agenti FBI nello Studio Ovale, mentre Trump ride sullo sfondo e la colonna sonora è la celebre “YMCA”. Il video, generato con l’intelligenza artificiale, manipolava un evento reale del 2016 e ne stravolgeva completamente il significato.

Non si tratta di satira politica. Si tratta di disinformazione deliberata, pensata per distrarre l’opinione pubblica da scandali ben più gravi — come il caso Epstein — e per riattivare polarizzazioni razziali e ideologiche. In parallelo, Trump ha rilanciato teorie cospirazioniste sul “Birtherism”, e ha persino sollecitato il ripristino dei nomi sportivi “Redskins” e “Indians”, ignorando le sensibilità delle comunità native.

Rifare pace con il pensiero

Quello che emerge da questa vicenda è inquietante: l’intelligenza, quella umana, viene marginalizzata. E quella artificiale, quando usata senza etica, diventa una bomba ideologica.

Occorre tornare ad allenare il pensiero, a sostenere il confronto, a riconoscere la complessità. Non per paura dell’AI, ma per non abdicare alla nostra responsabilità di esseri pensanti.

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