In Europa, ormai da anni, si ripete un mantra: la radio non parla più ai giovani. Le statistiche lo confermano in molti Paesi, con un calo netto dell’ascolto nella fascia tra i quindici e i ventiquattro anni, attratta da streaming, podcast e social network.
In Italia la situazione è più complessa e sfumata. La radio non è morta, ma sta vivendo una trasformazione profonda, che riguarda tanto le abitudini d’ascolto quanto gli strumenti con cui raggiunge il suo pubblico
Fino a poco tempo fa era un mezzo che entrava nelle case, negli uffici e nelle automobili attraverso un apparecchio FM, fisso o portatile, e scandiva i momenti della giornata con notiziari, musica, rubriche, appuntamenti fissi. Oggi quello stesso flusso sonoro viaggia su più canali: la frequenza modulata resta importante, ma convive con il DAB+, con le app per smartphone, con gli smart speaker, con le piattaforme di streaming e con il podcast on-demand.

Secondo le ultime rilevazioni disponibili , che andranno però lette con attenzione perché raccolte in un contesto di passaggio metodologico, l’ascolto tradizionale è in calo tra i più giovani, mentre resta stabile, e in certi casi persino cresce, tra i trentacinque e i sessantaquattro anni.
La differenza non è tanto se si ascolta, quanto come.
I giovanissimi si spostano verso un consumo di audio più frammentato e personalizzato, fatto di playlist su Spotify o YouTube, di clip brevi su TikTok, di podcast distribuiti sui social o su app dedicate; le fasce adulte mantengono invece una forte abitudine alla radio lineare, soprattutto al mattino, durante gli spostamenti in auto, mentre gli over sessantacinque la vivono come una presenza quotidiana, rassicurante e domestica.
La giornata radiofonica italiana resta scandita da orari chiave: le sette-nove del mattino, quando il traffico e il pendolarismo accendono milioni di autoradio; la pausa pranzo, con ascolti più frammentati ma ancora consistenti; la sera, quando le frequenze resistono grazie allo sport e ai talk, ma devono fare i conti con la concorrenza agguerrita dello streaming video.
Nei contenuti, le notizie locali e i programmi di parola conservano un pubblico fedele, mentre la musica mainstream è migrata quasi interamente nelle playlist personali.
Per continuare a essere rilevanti, molte emittenti musicali puntano su eventi dal vivo, dirette speciali e collaborazioni con artisti emergenti, mentre i podcast originali diventano la porta d’accesso per un pubblico più giovane, grazie a produzioni narrative e di approfondimento culturale.
Il dibattito sull’andamento della radio nel nostro Paese è reso più complicato dal passaggio, avvenuto nel 2024, dal sistema di rilevazione di RadioTER, basato su interviste telefoniche, a quello di Audiradio, che integra anche dati digitali.
Questo cambiamento ha creato lacune temporali e rende difficile confrontare i dati anno su anno senza spiegazioni metodologiche. In altre parole, quando leggiamo che la radio ha perso una certa percentuale di ascolti, dobbiamo chiederci come quel dato è stato raccolto e cosa effettivamente misura, perché oggi “radio” può voler dire FM, DAB+, streaming, podcast, e non sempre tutto viene contato insieme.
Nel resto d’Europa, in Paesi come il Regno Unito o la Germania, la quota di ascolto giornaliero tra i quindici e i ventiquattro anni è scesa sotto il venticinque per cento, ma in Italia la discesa è stata più lenta, grazie anche alla forte tradizione automobilistica e a un legame affettivo che il mezzo mantiene con il pubblico adulto.
La vera sfida per le emittenti italiane, oggi, non è soltanto tenere accesa la FM, ma trasformarsi in marchi sonori capaci di vivere ovunque, dal cruscotto dell’auto alle cuffie dello smartphone, dall’eco di un podcast allo scroll di un social network. Chi saprà farlo, continuerà a parlare a tutte le generazioni.
