In una piazza che fu simbolo di riscatto e cultura, tra passerelle e format svuotati, si consuma l’ennesimo tradimento della […]
“Pensare stanca. Meglio lasciarlo fare all’intelligenza artificiale, o alla propaganda”
Essere intelligenti: il primo talento sul quale i genitori si affrettano a mettere il bollino d’oro. Fin da neonati veniamo incentivati a svilupparla, a scolpirla come fosse una statua di Michelangelo (con la differenza che piangiamo molto di più). Ogni nostro movimento – gattonare, emettere suoni vagamente simili a parole, alzarsi barcollando come piccoli ubriachi – viene accolto come il primo passo di Armstrong, fatto per conto dell’umanità sulla Luna. Armstrong l’astronauta, ovviamente, non il jazzista (lui avrebbe suonato una tromba e chiuso con un assolo).
Peccato però che col tempo scopriamo un dettaglio trascurabile: quelle “imprese” infantili erano meno eroiche di quanto ci avessero fatto credere. Gli applausi erano interessati, il pubblico di parte (leggasi: i parenti), e molte delle risate erano più educate che convinte. In sostanza, abbiamo esagerato nel pensare di essere piccoli geni. La verità? I nonni si annoiavano a morte ma per amore ci incitavano come se stessimo vincendo Wimbledon.