JAZZ365RITRATTI: Un viaggio quotidiano nella memoria e nell’identità del jazz

Da qualche mese, ho sentito l’urgenza di creare una rubrica quotidiana: JAZZ365RITRATTI. Un piccolo spazio digitale dove ogni giorno prende forma il ritratto di un musicista, noto o meno noto, che ha contribuito a costruire l’immenso mosaico del jazz. I motivi che mi hanno spinto a farlo sono molteplici: una curiosità insaziabile, il desiderio di continuare a fare ricerca, la voglia di scoprire figure che conosco poco e, soprattutto, la necessità di celebrare i grandi miti di questa musica.

JAZZ 365 RITRATTI – Buster Smith

Negli anni ’30 si trasferì a Kansas City, capitale di un jazz notturno e vibrante. Qui entrò in contatto con figure come Count Basie, Lester Young e Hot Lips Page. Contribuì in modo sostanziale allo sviluppo del Kansas City sound, fatto di riff trascinanti, improvvisazioni collettive e grande energia ritmica.

Fu anche arrangiatore e direttore musicale in orchestre locali, affinando le sue capacità non solo come strumentista, ma anche come organizzatore sonoro.

Il legame con Charlie Parker

Il momento cruciale della sua carriera è però l’incontro con un giovanissimo Charlie Parker. A Kansas City, Parker cercava un maestro, qualcuno che potesse aiutarlo a sviluppare il suo linguaggio musicale. Buster Smith gli insegnò la disciplina, il senso della costruzione e la potenza del fraseggio. Non a caso, Parker stesso riconobbe in Smith uno dei suoi primi e più importanti maestri.

Capo di Bomba aveva ragione: A Pippo Baudo abbiamo voluto bene tutti.

Pippo Baudo: Il Prestigiatore dell’Italia Televisiva

Nel film Arrapaho del 1984, diretto da Ciro Ippolito e ispirato all’album omonimo degli Squallor, una battuta surreale e fulminante ha segnato l’immaginario collettivo di una generazione. Alla domanda: «Dimmi, Capo di Bomba, a chi vuoi più bene, a papà o a mammà?», il giovane indiano risponde: «A Pippo Baudo!». Una risposta che, nella sua assurdità, racchiude un sentimento autentico: l’affetto profondo che milioni di italiani hanno nutrito — e continuano a nutrire — per Pippo Baudo.

In questo giorno di commiato, ci corre l’obbligo, come direbbero gli Stadio, di spiegare ai più giovani chi è stato Pippo Baudo. Non con una biografia, facilmente reperibile ovunque, ma con una riflessione sul suo impatto culturale e mediatico.

Ike Quebec – Il tenore dal suono vellutato

All’inizio della carriera lavora nelle orchestre di Trummy Young e Cab Calloway, entrando presto nel circuito del bebop newyorkese. Il suo stile, pur influenzato da Coleman Hawkins, si caratterizza per una maggiore rotondità e morbidezza. Quebec diventa così un interprete ideale delle ballate lente e dei brani intensamente bluesy.

Negli anni ’40 e ’50 collabora con Coleman Hawkins, Hot Lips Page, Roy Eldridge e registra per la Blue Note, lasciando prove eleganti e raffinate. Tuttavia, problemi personali e la dipendenza dalle droghe rallentano la sua carriera.

Dal click al collasso: Kodak e il paradosso dell’era digitale

Per decenni, Kodak fu sinonimo di innovazione. Le sue pellicole Kodachrome, celebri per la fedeltà dei colori, e le fotocamere Brownie, accessibili a tutti, accompagnarono generazioni di fotografi, amatori e professionisti. L’azienda dominava il mercato globale, e nel 1975 fu persino la prima a inventare la fotocamera digitale. Ma quella scoperta, invece di essere il trampolino verso una nuova era, fu chiusa in un cassetto. Perché? Per paura. Paura che il digitale uccidesse il mercato analogico, che aveva reso Kodak grande.

E così, mentre il mondo correva verso il futuro, Kodak restava ferma. Negli anni 2000, la fotografia digitale esplose. I cellulari iniziarono a scattare foto, le immagini diventavano istantanee, condivisibili, infinite. E Kodak, che avrebbe potuto guidare quella rivoluzione, si ritrovò a inseguire.

Le città sonore – Napoli, la città cantante – Un documentario di Lino Volpe

Un viaggio nella storia musicale partenopea, ora su Amazon Prime Video

Scritto e diretto da Lino Volpe, con la consulenza musicale di Franco Ponzo e le musiche originali di Pino Tafuto, il film intreccia immagini, suoni e testimonianze per restituire un ritratto unico di una delle capitali musicali più importanti al mondo.

Realizzato con la produzione CulturExpress e Cultura Viva, e la produzione esecutiva di Silvana Orsi, il documentario si propone come una vera e propria “guida artistica” alla scoperta della bellezza napoletana da vedere e ascoltare.

Radio in Italia, un mezzo che resiste ma che cambia pelle

In Europa, ormai da anni, si ripete un mantra: la radio non parla più ai giovani. Le statistiche lo confermano in molti Paesi, con un calo netto dell’ascolto nella fascia tra i quindici e i ventiquattro anni, attratta da streaming, podcast e social network.

In Italia la situazione è più complessa e sfumata. La radio non è morta, ma sta vivendo una trasformazione profonda, che riguarda tanto le abitudini d’ascolto quanto gli strumenti con cui raggiunge il suo pubblico

Fino a poco tempo fa era un mezzo che entrava nelle case, negli uffici e nelle automobili attraverso un apparecchio FM, fisso o portatile, e scandiva i momenti della giornata con notiziari, musica, rubriche, appuntamenti fissi. Oggi quello stesso flusso sonoro viaggia su più canali: la frequenza modulata resta importante, ma convive con il DAB+, con le app per smartphone, con gli smart speaker, con le piattaforme di streaming e con il podcast on-demand.

Addio al telecomando: YouTube e i social riscrivono le abitudini mediatiche degli italiani

Fino a pochi anni fa, il suono del telecomando che accendeva la TV segnava l’inizio della serata per milioni di italiani. Oggi, quel gesto è sempre più raro. Al suo posto, un tap sullo schermo dello smartphone apre le porte a un universo di contenuti personalizzati, on-demand e interattivi. YouTube, TikTok, Instagram: le nuove piazze digitali stanno ridefinendo il modo in cui gli italiani si informano, si divertono e persino fanno acquisti.

Secondo il report *Digital 2025* di We Are Social, il 90% della popolazione italiana è connessa a Internet, con una media di 5 ore e 39 minuti online al giorno. Di queste, quasi due ore sono dedicate ai social media. Ma è YouTube a dominare il panorama video, con oltre 17 ore mensili di visualizzazione per utente, superato solo da TikTok, che raggiunge le 30 ore.

RISONANZA DIGITALI – podcast

Questo Podcast esplora l’evoluzione e il declino del “tormentone estivo” in Italia, un fenomeno musicale che ha dominato le estati italiane per decenni. Traccia le origini del tormentone negli anni ’60 con artisti come Nico Fidenco ed Edoardo Vianello, evidenziando la loro natura orecchiabile e la vasta diffusione attraverso jukebox e televisione. Esplora i motivi per cui nell’era digitale, la frammentazione del pubblico e l’ascesa di piattaforme e algoritmi hanno eroso la natura collettiva dell’ascolto musicale, portando alla scomparsa del tormentone tradizionale. La musica, un tempo unificatrice, è ora personalizzata e mirata, riflettendo un cambiamento da un’esperienza condivisa a un consumo individualizzato.

SIAMO NOI I VERI MORTI CHE CAMMINANO?

Nel mondo post-pandemico, tra guerre, isolamento e anestesia emotiva, non servono zombie per vedere il collasso della civiltà. Siamo noi, con la nostra indifferenza e il nostro distacco, i veri morti viventi.

The Walking Dead è una serie TV statunitense nata nel 2010, basata sul fumetto omonimo di Robert Kirkman. Racconta la storia di un gruppo di sopravvissuti in un mondo devastato da un’apocalisse zombie. Il protagonista iniziale, Rick Grimes, è uno sceriffo che si risveglia dal coma in un ospedale abbandonato e scopre che la civiltà è crollata. Da quel momento, inizia un viaggio fatto di lotte, alleanze e tradimenti, dove il vero pericolo non sono solo i “walkers” (gli zombie), ma gli esseri umani stessi.

Il tormentone estivo: ascesa, gloria e declino di un rito musicale italiano

Il tormentone estivo è più di una semplice canzone: è un fenomeno culturale, un rito collettivo che per decenni ha scandito le estati italiane. Si tratta di un brano musicale leggero, orecchiabile, spesso ballabile, che invade radio, spiagge, locali e playlist da giugno a settembre. La sua forza sta nella ripetitività, nella capacità di insinuarsi nella testa e non uscirne più. Non importa il contenuto: basta un ritornello accattivante, un ritmo tropicale, qualche parola in spagnolo e il gioco è fatto. Il tormentone non si ascolta, si subisce. E si canta, anche controvoglia.

Il concetto di tormentone nasce negli anni ’60, quando i jukebox nei lidi balneari e i programmi televisivi iniziano a fare da cassa di risonanza. Nico Fidenco apre le danze con “Legata a un granello di sabbia” (1961), poi arrivano le hit balneari di Edoardo Vianello: “Abbronzatissima”, “Guarda come dondolo”, “I Watussi”, “Il peperone”, “Pinne fucile ed occhiali”. E ancora Gianni Meccia con “Il barattolo”, Rita Pavone con “Datemi un martello”…

I piccioni viaggiatori contro le onde radio

Sconfitti dalle onde radio un secolo fa, i piccioni viaggiatori almeno hanno avuto il buon senso di arrendersi. Oggi, i media tradizionali combattono una guerra persa in partenza contro il digitale, aggrappati a un passato che non trasmette più.

Un anno dopo: il mondo digitale nell’era dell’intelligenza artificiale

Nel giro di dodici mesi, il panorama dell’informazione online è stato stravolto. L’avvento massiccio dell’intelligenza artificiale generativa ha modificato le abitudini degli utenti, le strategie editoriali e le fondamenta economiche del web. Non si tratta di un’evoluzione graduale, ma di una rottura sistemica: il modo in cui accediamo alle informazioni, le cerchiamo e le consumiamo è cambiato. E con esso, il ruolo di Google e dei siti web tradizionali.

Secondo uno studio del Pew Research Center, l’introduzione degli AI Overviews di Google ha causato una caduta del 50% nel traffico verso i siti web. Gli utenti, di fronte a risposte sintetiche generate dall’IA direttamente nella pagina dei risultati, cliccano sempre meno sui link: solo l’8% lo fa, contro il 15% dell’anno precedente. E appena l’1% interagisce con i link citati all’interno delle sintesi.

“Pensare stanca. Meglio lasciarlo fare all’intelligenza artificiale, o alla propaganda”

Essere intelligenti: il primo talento sul quale i genitori si affrettano a mettere il bollino d’oro. Fin da neonati veniamo incentivati a svilupparla, a scolpirla come fosse una statua di Michelangelo (con la differenza che piangiamo molto di più). Ogni nostro movimento – gattonare, emettere suoni vagamente simili a parole, alzarsi barcollando come piccoli ubriachi – viene accolto come il primo passo di Armstrong, fatto per conto dell’umanità sulla Luna. Armstrong l’astronauta, ovviamente, non il jazzista (lui avrebbe suonato una tromba e chiuso con un assolo).

Peccato però che col tempo scopriamo un dettaglio trascurabile: quelle “imprese” infantili erano meno eroiche di quanto ci avessero fatto credere. Gli applausi erano interessati, il pubblico di parte (leggasi: i parenti), e molte delle risate erano più educate che convinte. In sostanza, abbiamo esagerato nel pensare di essere piccoli geni. La verità? I nonni si annoiavano a morte ma per amore ci incitavano come se stessimo vincendo Wimbledon.

Carlos, como va?

Quando eravamo ragazzini, quelli della mia generazione — nati alla fine degli anni ’60 — eravamo più o meno divisi in tre categorie: quelli che volevano diventare Jimi Hendrix, quelli che volevano diventare Eric Clapton, e quelli come me, che non avevano dubbi: sarebbero diventati i nuovi Carlos Santana. Per convincere gli amici, alcuni — dopo aver comprato la loro prima chitarra — imparavano alla meglio “Europa”. Era l’inizio di un percorso: sembrava facile, sembrava possibile. Ce l’avremmo fatta. La musica di Carlos Santana, e persino il suo modo di suonare la chitarra, sembrano apparentemente semplici: quasi scolastici, a prima vista. Ma col tempo, io — e con me, l’intera mia generazione — abbiamo compreso che dietro quella apparente semplificazione, fatta di poche note, lunghe e ripetute, si nascondeva un mondo inscalfibile. Una sintesi culturale granitica.